Di Milena Screm, Counselor Supervisor Trainer

Una capacità di elaborazione delle informazioni superiore alla potenza dei più avanzati computer: è la mente umana, lo affermano le Neuroscienze.

Eppure, noi esseri umani siamo consapevoli solo di una piccola parte di ciò che stiamo pensando, sentendo e percependo. È come se fossimo seduti alla guida di una potente auto da corsa, sofisticata, eppure a malapena facciamo qualche giro nel quartiere con la prima innestata. Oppure come se fossimo su una barca senza timone, portati dalle maree e dalle correnti. D’altronde quando veniamo al mondo non siamo dotati di in manuale delle istruzioni…

Cresciamo e impariamo una quantità incredibile di cose; i meccanismi che stanno alla base dell’apprendimento sviluppano automatismi, riducendo l’energia e il tempo necessari per eseguire qualsiasi attività. Questo aspetto funzionale della fisiologia umana tende però ad abbassare la soglia della nostra consapevolezza: le Neuroscienze stimano che, nei migliori dei casi, quasi per il 50% del tempo stiamo operando automaticamente, inconsapevolmente. In questo modo il sistema nervoso percorre sempre gli stessi “sentieri”, quelli abituali, che portano sempre agli stessi modelli di pensiero e di azione, o meglio di re-azione.

C’è però una buona notizia: possiamo portare un cambiamento, fare di meglio, e non è così difficile; abbiamo solo bisogno di sapere come usare la nostra mente in modo più consapevole e, di conseguenza, più efficace.


Per raggiungere questo risultato è necessario conoscere alcuni dei meccanismi attraverso i quali funzioniamo, imparare alcuni strumenti pratici che favoriscono l’attenzione, fare esercizio, essere disposti a cammino di auto-educazione su alcune attitudini. Tutto questo lo possiamo ottenere leggendo libri appropriati e frequentando qualche corso, per mettere le basi in modo pratico.

10 minuti al giorno: questa è la buona notizia, dopo aver creato le “fondamenta”, bastano solo pochi minuti al giorno dedicati alla pratica. E la seconda buona notizia è che oltre agli allenamenti “ortodossi”, ci sono cose semplici della routine quotidiana che possiamo fare per mettere le redini al cavallo selvaggio che è la nostra mente. Con benefici sia nella vita privata, sia in quella professionale.

Non è necessario abbracciare una fede, né trascendere dalla logica e dalla vita reale, anzi il cammino da percorrere – perché di cammino si tratta – è concreto, ben calato nella fisicità e negli atti della vita di ogni giorno, che sia lavarsi i denti o guidare l’auto, partecipare a un meeting aziendale o cucinare, fare jogging o far quadrare il bilancio, studiare per preparare un esame o affrontare una divergenza d’opinioni.

Perché un “cammino”: perché nel principio della realtà obiettivi così importanti e complessi si raggiungono solo con il tempo, l’impegno, la responsabilità, la motivazione. Un percorso fatto da un inizio, da mettere fondamenta, come nella costruzione di un edificio solido, dal lavorare sodo, da incontrare e gestire naturali difficoltà, dal rinnovare la spinta a proseguire, da riconoscere e apprezzare piccoli o grandi segni di apprendimento, e tanto altro ancora.

Mindfulness non è sinonimo di Abracadabra. Non è una bacchetta magica né la panacea per tutto.

Non è una tecnica di meditazione, è uno stato naturale psico-fisico al quale è possibile educarsi grazie anche ad alcuni strumenti pratici. Perché gli strumenti funzionino bisogna usarli, non basta tenere in una mano il martello e nell’altra il chiodo, stando immobili, se vogliamo il chiodo nel muro per appenderci un quadro. E’ necessario sollevare le braccia, compiere delle azioni, usare energia.

E non basta ancora.

Posso avere martello e chiodi, posso alzare le braccia e agire, ma se il chiodo si spezza, o se l’intonaco non tiene, e io rinuncio?...

Non si tratta solo di motivazione, o d’intolleranza alla frustrazione, piuttosto di attitudini specifiche e funzionali, o si possiedono connaturate, oppure il cammino è svilupparle con pazienza.

Quelle che favoriscono la Mindfulness sono attitudini diverse da quelle per noi culturalmente comuni, serve apertura mentale e flessibilità; serve non dare per scontati alcuni significati. In alcuni libri, negli articoli divulgativi, possiamo leggere di frequente che permettere a ciò che si sta sentendo di essere, praticando, è fondamentale. E i decenni di automatismi sul valutare e giudicare? Emergono ovviamente. Paradossalmente, all’inizio, l’allenamento è permettere che l’automatismo ci sia, vederlo, accoglierlo, anche questa è presenza e consapevolezza. Facile scriverlo/dirlo; farlo? Un cammino.

Un passo alla volta, uno dopo l’altro, non abracadabra.