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Di Milena Screm, Counselor Supervisor Trainer

Ha un nome, glossofobia, dal greco lingua e paura/fobia, ed è molto diffusa, più della paura della morte. In un recente sondaggio, è emerso che tra quattordici paure, sul podio dei primi tre arrivati ci sono: 1° la paura delle altezze, 2° la paura di parlare in pubblico, 3° la paura dei serpenti.

Leggermente più elevata tra le donne, 75%, che tra gli uomini, 73%, la paura di far sentire la propria voce, fisicamente e metaforicamente, coinvolge una notevole parte di persone.

Parlare di fronte agli altri ci espone al loro giudizio, in tutti i nostri limiti e imperfezioni. Se a questo si aggiunge il desiderio di fare bella figura e, magari, qualche esperienza scolastica mortificante, il livello di tensione sale alle stelle. Le ipotesi sulle cause che generano questa forma d’ansia sono molte; si possono considerare sotto tre macro aree: primordiale, sociale, biografica.

  • Primordiale

La paura è un’emozione primaria, primordiale. Ha lo scopo di preservare l’essere umano dai pericoli, affinché la specie non si estingua; si scatena senza selezionare cause reali o cause ipotizzate, è irrazionale ma fondamentale nella sua funzione protettiva. Fare una cosa mai fatta, esporsi agli altri, muove incertezze e, appunto, paure che non basta razionalizzare; emotività e ragione, infatti, non parlano lo stesso linguaggio, bisogna sviluppare altre strategie.

  • Sociale

Tra i bisogni primari dell’essere umano, l’appartenenza ha un ruolo importante: essere parte di una famiglia, di un gruppo, di una società. Le radici di questo bisogno sono antiche, anche loro primordiali: essere parte di un gruppo significa essere al sicuro da pericoli. Mettersi davanti agli altri rischiando di incontrare difficoltà, quindi critica, muove la paura di poter essere esclusi dal gruppo. Si tratta di meccanismi inconsapevoli e irrazionali, eppure presenti nell’esperienza di ogni individuo.

  • Biografica

Magari è stata un’esperienza scolastica, un’interrogazione andata male; oppure un’occasione in famiglia, la poesia da declamare in piedi sulla sedia, davanti a tutti i parenti. La ricchezza di possibilità è molto più ampia, ovviamente; nella vita di ognuno possono esserci stati avvenimenti, infantili/adolescenziali/adulti, nei quali essere in pubblico, parlare davanti agli altri, anche se in modo informale, può aver lasciato nella memoria e nell’esperienza un risvolto emotivo difficile. Magari è qualche cosa di lontano e dimenticato ma, se le situazioni che si vengono a creare sono percepite con analogia, ecco che l’emotività si scatena e paura e ansia si diffondono.

Focalizzate queste tre macro aree che hanno influenza su tutti, è anche sensato considerare che un’esperienza nuova, anche se desiderata/voluta, muove insicurezze e paure, è naturale che questo avvenga. Alla prima lezione di guida nessuno sa guidare l’auto, le cose da fare sono tante, l’attenzione è da porre su tante cose e il tutto va coordinato. Ci si allena, si prova, si fanno alcuni errori e, poco per volta, nell’arco di qualche settimana, tutto diventa più facile e naturale. Vale anche per il parlare in pubblico,

pur con alcune attenzioni sul tipo di attività, che è complessa.

Se la carriera, o il desiderio di ampliare le proprie abilità professionali, richiede d’imparare a parlare in pubblico in modo efficace e con la minor ansia possibile, tenere a mente alcune semplici indicazioni può essere utile e facilitare; ecco alcuni punti essenziali.

  1. Le emozioni sono “carburante” prezioso

C’è un’intera branca di Psicologia che lo afferma: l’Intelligenza Emotiva di una persona è una risorsa preziosa, molti individui di successo hanno proprio questa competenza nel proprio Q.I. Imparare ad avere una relazione con le proprie emozioni, conoscerle, riconoscerle, non dividerle tra buone e cattive ma piuttosto avere cura della loro espressione, sentirle nel corpo come qualche cosa di vivo che si muove e che permette, grazie a questo movimento, di riconoscere un’esperienza, di fissarla nella memoria, di stabilire una strategia d’azione sensata ed efficace. Tutto questo, solo sei righe per descriverlo, richiede tempo e lavoro; impegno che paga in maggior benessere e risorse a disposizione, anziché essere sequestrati da questa o quell’onda emozionale.

  1. “Non puoi fermare il mare, puoi imparare a fare surf sulle onde”

L’autore di questa frase è il dott. Jon Kabat Zinn, medico ricercatore dell’University of Massachusetts Medical School (USA), famoso in tutto il mondo per le sue ricerche scientifiche sulla Mindfulness e per aver creato dei protocolli medici, come il MBSR, per la gestione dello stress. Il punto uno e il punto due, rimandano alla stessa indicazione: le emozioni sono parte della vita interiore dell’essere umano, servono, hanno una funzione, reprimerle è dannoso, eliminarle non è possibile, meglio diventare amici.

  1. Corpo, prima della mente

Emozioni, sensazioni e pensieri – sì, anche i pensieri, vedi PNEI – hanno vita e si muovono nel corpo ed è lì, in quel territorio, che sono a disposizione le migliori risorse per gestire tutto quello che interiormente ostacola un’esperienza nuova, come per esempio parlare in pubblico. Tecniche e strumenti sono hardware già installati, si tratta di imparare a utilizzarli; la respirazione consapevole è uno di questi: fisiologicamente le emozioni influiscono sul pattern respiratorio e, modulando il respiro, ecco che chimicamente si modula anche l’intensità del percepito emozionale. E non è l’unico strumento corporeo!

  1. Buttarsi o prepararsi?

Via la “o”, meglio una “e”: prepararsi e buttarsi. Tutte e due le cose declinate in alcuni modi, per esempio prepararsi frequentando un training ad hoc, per imparare cose utili e fare un po’ d’esperienza in un ambiente protetto; prepararsi facendo allenamento, prepararsi scrivendo scalette semplici e sintetiche. Buttarsi in un corso di preparazione, buttarsi in occasioni informali e occasionali, buttarsi in iniziative creative che facciano fare esperienza; il tono della voce, il contatto visivo, la pronuncia, l’esposizione, l’enfasi, la velocità dell’eloquio, gli esempi, la struttura del discorso, la gestualità …. Questi e molti altri aspetti della comunicazione sulla quale è necessario sviluppare maggiore familiarità e competenza.

  1. Il sorriso vince

Sorridere, nel linguaggio non verbale umano, è un segnale di buona predisposizione all’altro, di accoglienza benevola. L’ansia e la paura tendono a far contrarre la muscolatura e, in genere, anche l’espressione facciale s’indurisce; avere familiarità e amicizia con ciò che si sente nel corpo, anche l’ansia, permette di essere consapevoli e di passare dalla tensione al sorriso. Non un sorriso stampato e innaturale, l’autenticità muove più fiducia del tecnicismo; la capacità di saper fare un sorriso di gentilezza alla platea, quando serve. Prima ancora del sorriso agli altri, quest’attitudine è fondamentale sia rivolta a se stessi, sia come forma di accoglienza, anche delle proprie difficoltà, sia come capacità di sdrammatizzare. Se durante l’esposizione scappa un errore o una dimenticanza, meglio una battuta e una risata che riportano tutti, oratore compreso, alla serenità e al poter proseguire.

 

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