Di Giuliana Bianca Tonini, Avvocato e Counselor Professional

Il valore aggiunto che le abilità di Counseling possono portare nella professione di un avvocato. Nel caso dell’avvocato che scrive, un valore che passa dalla sensibilità personale e dalla formazione di Counseling svolta.

Sono un avvocato esperta in diritto societario.

Quattro anni fa ho fatto una delle scelte migliori che potessi fare nella mia vita. Un vero e proprio regalo a me stessa, che mi è, e mi sarà sempre, molto utile sotto diversi aspetti, anche nell’ambito del mio lavoro: ho intrapreso il percorso di formazione personale e professionale in Counseling presso Insight - Scuola di Counseling a mediazione corporea di Milano. Alla fine del percorso formativo, al momento di scegliere l’argomento della tesi, quale migliore tema di “Counseling e professione di avvocato”, per indagare in modo più approfondito sul valore aggiunto che l’acquisizione di abilità di counseling può portare nell’esercizio dell’attività di avvocato?  

 • Counseling e professione di avvocato

Da quando sono entrata in contatto col mondo del counseling, ho toccato personalmente con mano come acquisire abilità di counseling e/o seguire un percorso di counseling come clienti, possa fornire strumenti efficaci per accrescere il proprio benessere, in qualunque ambiente o situazione ci si trovi.

Riguardo all’ambito del lavoro, da quasi quattro anni redigo atti societari e svolgo attività di consulenza societaria in ambito notarile. Ma prima, per tredici anni, ho lavorato nel settore degli studi legali d’affari, in cui l’attività principale non consiste nella gestione di controversie in tribunale, ma in consulenza alle imprese per la negoziazione e la conclusione di operazioni straordinarie (aumenti di capitale, negoziazioni per fusioni, acquisizioni, joint ventures, operazioni di finanziamento etc.), o in assistenza relativa all’ordinaria attività che costituisce l’oggetto sociale delle imprese che si rivolgono allo studio. In questo particolare settore della professione legale c’è ancora strada da fare per fare conoscere il counseling e i benefici che potrebbe portare, e questo nonostante il quartier generale di molti studi legali sia a New York e Londra, in paesi dove il counseling, rispettivamente, è nato e poi si è diffuso.

Se negli studi d’affari il counseling non si è ancora affermato, non si può però dire, per fortuna, che nel mondo legale in genere sia del tutto sconosciuto, intendendosi per mondo legale quello che viene generalmente inteso, cioè quello del contenzioso presso i tribunali, delle questioni di diritto civile (condominio etc.) e di diritto di famiglia. Ci sono, infatti, colleghi che ne hanno scoperto l’utilità e che, nell’esercizio della propria attività, si fanno affiancare da counselor. E ci sono anche avvocati che diventano loro stessi counselor, mettendo al servizio del cliente una competenza potenziata e poliedrica. In questi ambiti è stata anche coniata una espressione ad hoc: counseling legale. E questo è un buon segnale di come l’utilizzo del counseling nel settore giuridico stia assumendo una propria identità specifica.

Durante le mie ricerche per la stesura della tesi, mi sono imbattuta in molte iniziative interessanti. Specialmente in settori sensibili, come quello del diritto di famiglia, e soprattutto quando sono coinvolti figli minori, si può ben comprendere come figure specializzate nel campo della relazione di aiuto e del sostegno psicologico non siano solo utili, ma indispensabili. In ogni caso, anche al di fuori di situazioni così delicate come quelle attinenti a situazioni familiari, il counseling può essere molto utile, nell’ambito della professione di avvocato, per affrontare le situazioni più disparate che, oltre agli aspetti legali, comportano quasi sempre anche implicazioni emotive. È utile per aiutare il cliente così come lo è anche nella gestione del rapporto tra avvocato e cliente. Con un supporto di counseling, viene infatti fornito al cliente un servizio aggiuntivo, sostenendolo e promuovendone cambi di prospettiva e atteggiamenti propositivi. Con l’ausilio delle abilità di ascolto attivo, empatia, mediazione e riformulazione del counselor, e grazie al suo atteggiamento non giudicante, il cliente viene aiutato a riconoscere e focalizzare il problema anche dal punto di vista emotivo, e ad individuare le risorse per affrontarlo al meglio e superarlo. In questo modo, si offre al cliente un tipo di assistenza altamente qualificata. Come ho accennato sopra, è possibile – anzi, è ancora meglio – che l’avvocato cui si rivolge il cliente sia anche un counselor.Nelle mie ricerche ho trovato alcuni casi interessanti di avvocati-counselor.

Corsi di gestione delle emozioni e di abilità di counseling per avvocati

L’avvocato-counselor deve necessariamente avere concluso il percorso di formazione professionale in counseling. Vista l’importanza degli aspetti emotivi e relazionali delle situazioni che i clienti portano all’attenzione degli avvocati, e viste anche le implicazioni emotive e di stress che comporta l’esercizio della professione di avvocato, è auspicabile ed opportuno che gli avvocati imparino a riconoscere e gestire i risvolti e le conseguenze emozionali del loro lavoro quotidiano. In sintesi, è importante che imparino a sviluppare e potenziare la propria intelligenza emotiva. E sarebbe opportuno, ancora meglio, che acquisissero delle vere e proprie abilità di counseling per la gestione del rapporto col cliente, coi propri collaboratori, con le controparti, coi giudici e in genere con le figure in cui si imbattono nello svolgimento della loro attività.

Ho scoperto con piacere che, già da alcuni anni, alcuni ordini professionali e altri enti organizzano corsi e convegni che hanno per oggetto la gestione delle emozioni nell’esercizio della professione di avvocato. Fra gli altri, nel giugno del 2015 ne hanno organizzato uno l’ordine degli avvocati di Milano e la Fondazione Forense di Milano. Il motto del corso era emblematico: “Quando ti trovi ad avere a che fare con le persone, ricordati che non stai interagendo con creature logiche ma con creature emotive”. Merita di essere riportata per intero anche la premessa programmatica del corso: “Nell’attività professionale i comportamenti, legati ai nostri schemi cognitivi, idee e convinzioni che abbiamo costruito, radicato e consolidato nel corso del tempo, influiscono moltissimo sull’esito delle performance e sugli obiettivi in gioco e sono collegati alle emozioni che proviamo. Se non siamo in grado di fronteggiare il carico emotivo delle situazioni che viviamo, esso influenzerà il nostro stato d’animo, la nostra comunicazione e i nostri rapporti, impedendoci di entrare in un rapporto di comprensione autentica con l’altro, che sia il cliente, il collega di controparte o il magistrato in udienza, e di risolvere conflitti e negoziati. La competenza emozionale si rivela quindi estremamente importante per agire senza farsi travolgere o trasportare dalle emozioni, cioè re-agire perdendo il controllo, la lucidità e l’efficacia. Le emozioni, infatti, sono esperienze soggettive che pongono in evidenza i nostri interessi e scopi, contengono informazioni importanti sui nostri valori e saperle gestire significa scegliere i nostri comportamenti e quindi essere intenzionali nelle scelte, valutandone gli effetti su noi stessi e sugli altri, orientandole così in modo positivo e costruttivo per il raggiungimento dei propri traguardi.”

Al centro dell’attenzione, quindi, viene posto lo sviluppo delle proprie capacità di affrontare efficacemente le emozioni, per potere superare momenti emotivamente difficili, come la tensione che si sviluppa nelle relazioni con il cliente, tra colleghi oppure con il giudice in udienza. Viene quindi, finalmente, riconosciuta l’importanza primaria degli aspetti emozionali nell’ambito della professione dell’avvocato. Mi sono imbattuta anche in iniziative degne di interesse, nella forma di corso-convegno, finalizzate a fornire agli avvocati abilità di counseling. Iniziative in cui gli strumenti di counseling vengono presentati come un importante valore aggiunto per la professione di avvocato. Vengono illustrati i concetti di ascolto attivo ed empatia, anche per sviluppare le capacità di gestire al meglio la comprensione e il sostegno dei clienti, sottolineando come le competenze di counseling permettono di allenare la propria intelligenza emotiva e, così, di guardare se stessi e i propri stati d’animo con maggiore consapevolezza, e anche di riuscire a cogliere meglio le complessità emotive dei singoli clienti.

Conclusioni

Ho constato con piacere che, già da alcuni anni, si è alzato il velo sul tema delle implicazioni emozionali della professione di avvocato, e non solo in settori, come il diritto di famiglia, che sono già molto vicini all’area di competenza di psicologi e counselor. Nella maggior parte degli ambienti lavorativi, non solo in ambito legale, ancora oggi le emozioni, per non parlare dell’emotività, sono ancora considerate, tendenzialmente, un indice di debolezza. Un tabù. Il fatto che da un po’ di tempo ci siano corsi e convegni mirati sul tema della gestione delle emozioni nell’ambito della professione di avvocato, con tanto di accredito da parte degli ordini professionali competenti per territorio, significa però che il tabù si sta infrangendo. Significa che le implicazioni emozionali ed emotive di una professione come quella dell’avvocato stanno venendo espressamente riconosciute, considerate come qualcosa di normale e, in sintesi, ‘sdoganate’ e accettate. E, mi auguro, non più considerate come manifestazione di debolezza, ansia o confusione mentale. Anche se c’è ancora molta strada da fare, in ogni caso sono fiduciosa che presto il counseling riuscirà a conquistare anche i territori che, per adesso, sembrano ostici. Dal canto mio, ribadisco che il percorso di counseling che ho intrapreso – con lo straordinario strumento aggiuntivo del respiro – mi è stato e continua, così come continuerà, ad essermi enormemente utile nella mia vita in genere e nel lavoro.

 

 

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